Valle Camonica Paese Albergo Valle Camonica Paese Albergo
Valle Camonica Paese Albergo torna inizio

Naturale al 100%!
La ValleCamonica ha spledide emozioni da farvi vivere!

Che tu ti senta avventuroso, romantico, naturalista o sportivo, nel nostro territorio puoi vivere ogni emozione! Abbiamo selezionato per te alcuni itinerari da percorrere in bicicletta o a piedi e spunti culturali per immergerti nella storia e nell'arte di cui la Vallecamonica è ricca.


Itinerari in bicicletta


Valpaghera di Vezza d’Oglio

Valpaghera di Vezza d’Oglio

La Val Paghera di Vezza d’Oglio rientra interamente nei confini del Parco Regionale dell’Adamello ed è percorsa dal torrente Aviolo. Superato il ponte sul torrente, la strada inizia subito a salire alla sinistra del fiume Aviolo, per poi passare alla sua destra dopo il ponte Scalvino.
Superate alcune aree attrezzate per picnic si raggiunge il rifugio Alla Cascata dove inizia la strada sterrata per Pornina; percorsi oltre due chilometri di ripido sterrato si raggiunge il roccolo della località che, oltre a essere la meta dell’itinerario, è un ottimo punto panoramico. Il percorso di ritorno coincide con l’itinerario di andata.


Tra Rino di Sonico e Malonno

Tra Rino di Sonico e Malonno

Da Rino di Sonico si parte in direzione di Garda un’altra frazione. Si passa dalla strada asfaltata alla sterrata sempre immersi nel verde del bosco. Da Garda si prosegue verso Zazza, frazione di Malonno, poi alla volta del fondovalle, sempre per una mulattiera praticamente priva di difficoltà tecniche ed atletiche.
I numerosi poggi che dall’alto delle colline permettono di affacciarsi sulla Valle, rendono più interessante la pedalata già di per sè piacevole. Dopo una breve sosta per il pranzo si risale in bicicletta e durante il tragitto si superano le piccole, caratteristiche località di Feito e Malogne per giungere a Berzo e quindi sul fondovalle a Demo.
Per brevissimo tratto, lungo la statale 42 “Del Tonale e della Mendola”, costeggiando il fiume Oglio ed oltrepassandolo, poi, all’altezza della Chiesa di San Zenone (sec. XVI), si giunge a Forno d’Allione e quindi a Malonno. In quest’antico borgo si possono visitare, nel centro storico, palazzo Martinengo, la chiesa di San Bernardino, la torre Malisia, il tempio di San Lorenzo, la parrocchiale dei santi Faustino e Giovita. Si riprende a pedalare: passando sul fiume attraverso il ponte Ghirlo ci si dirige a Rino di Sonico.


Da Pisogne a Passabocche

Da Pisogne a Passabocche

Dal Municipio di Pisogne si pedala in direzione nord fino al bivio per Fraine e la Val Palot, svoltando a destra e immenttendosi su un lungo rettilineo in fondo a cui è posta la chiesa di S. Maria della Neve. Dietro la chiesa la strada inizia a salire e, superato il bivio per Terzana, offre la possibilità di ammirare un panorama sempre più vasto.
Percorsi 4 km si svolta a destra al bivio per Grignaghe, proseguendo sulla strada principale; oltre il bivio per Pontasio, il successivo tratto fra S. Carlo e Seniga è pianeggiante, ma oltrepassata la frazione di Seniga la strada riprende a salire raggiungendo Grignaghe e Sommo. Qui si può ammirare la bella Valle del Trobiolo. Oltre Sommo la pendenza della strada aumenta, ma si raggiunge la meta di Passabocche dopo pochi chilometri.


Periplo di Monteisola

Periplo di Monteisola

Scegliamo come punto di partenza la località Carzano, che si trova sul lato nord-est dell’isola. A partire dall’imbarcadero, con il lago alle spalle, ci si dirige verso destra, attraversando l’abitato e toccando la chiesa. Si prosegue aggirando così il capo nord-orientale dell’isola in lieve salita e, eseguita un’ampia curva verso sinistra, il percorso si porta sul versante ovest per raggiungere Siviano dove ha sede il Comune. Si procede poi per Sinchignano fino al bivio per Senzano.
Qui si procede prendendo la strada in discesa che porta a Menzino per circa un km. Si giunge, quindi, a Sensole. Proseguendo verso destra si arriva in breve a Peschiera Maraglio, situata sulla punta sud-orientale dell’isola. Da qui, seguendo le indicazioni per Carzano, si percorre un lungo tratto pianeggiante fiancheggiato da pareti di roccia stratificata, fino a raggiungere il punto di partenza dell’escursione.
L’itinerario si può percorrere anche in direzione inversa partendo da Peschiera Maraglio, altro punto di approdo dei battelli e, seguendo alcune deviazioni segnalate, permette anche di raggiungere angoli più nascosti dell’isola. E’ l’ideale per un primo approccio alle meraviglie isolane. Semplice e alla portata di tutti, anche in bicicletta, perché si snoda in modo pressoché totalmente pianeggiante.


Passeggiata Vello-Toline

Passeggiata Vello-Toline

La passeggiata si snoda lungo la vecchia strada Vello-Toline, resa da alcuni anni ciclopedonale. Si comincia a Vello di Marone, poco più di un chilometro dopo le prime gallerie, a un livello inferiore rispetto alla strada statale, in corrispondenza di un apposito cartello che indica la pista.
Dal cimitero di Vello, a piedi o in bicicletta, si prosegue attraversando l’abitato di Vello. Dopo l’incontro con la prima galleria della pista, si continua, sempre costeggiando il lago, passando per il solco inciso della Valle Finale, per terminare al piccolo promontorio della Punta delle Croci Bresciane. Il ritorno coincide con il percorso di andata. Alla partenza si può ammirare la chiesetta quattrocentesca del cimitero di Vello.
Il percorso permette di ammirare ampi scorci di lago e delle rocce circostanti. Dal solco inciso della Valle Finale si può ammirare, sull’altra sponda del lago, l’orrido rupestre del “Bögn di Zorzino”.


Da Marone alle Piramidi di Zone

Da Marone alle Piramidi di Zone

Partendo dal municipio di Marone, attraversando la linea ferrovia Brescia-Iseo-Edolo, si imbocca la strada, salendo verso Zone attraversando le frazioni di Ariolo, Ponzano e Colpiano. Seguendo via Zone, si sale lungo un percorso attraversato da sospesi che trasportano a Marone la dolomia estratta dalla cava Calarusso e si incontra una serie di gallerie artificiali: dopo la quinta si percorre un lungo rettilineo che termina, a ridosso di un tornante, con un’area attrezzata da cui è possible ammirare la Riserva Regionale delle Piramidi di Erosione.
Il percorso permette, durante tutta la salita, di ammirare scorci di alcuni borghi di Marone, di vedere il lago in tutto il suo splendore, per poi terminare con lo spettacolo delle Piramidi.


Tra Edolo e Corteno Golgi

Tra Edolo e Corteno Golgi

Dalla stazione di Edolo si sale viale Derna per 200 m, si svolta a desta in via Gen. Triboldi e si prosegue dritti oltre il cimitero uscendo dal paese, percorrendo l’unica strada pianeggiante che attraversa il fondovalle alla destra del fiume Ogliolo e portandosi dalla parte opposta del torrente. Attraverso il bosco si sale per meno di 2 km complessivi, quindi il percorso diventa pianeggiante fino a Santicolo; attraversata la frazione si prosegue verso Corteno Golgi.
Al termine della discesa dopo l’abitato di Santicolo si notano e destra dei capannoni e si svlta in dirazione di questi verso Lombro. Superato il ponte dell’Ogliolo si prosegue a destra tra le case di Lombro, quindi si pedala su sterrato percorrendo un tratto di strada bella e riposante. Al bivio si tiene la destra e ci si porta sull’asfalto nei pressi del ponte sul torrente che scende dalla Valle di Guspessa; dopo il ponte si devia a destra sulla statale per 100 m e indi si svolta a sinistar passando fra le case di Cortenedolo e sotto i caratteristici volti.
All’incrocio si prosegue a sinistra su via S. Giorgio e successivamente dritti oltre la chiesa e il campo sportivo. Superata la chiesa di S. Sebastiano, si raggiunge Vico in leggera salita e si prosegue su asfalto in discesa, perdendo velocemente quota mediante una lunga serie di ripidi tornanti. all’inrocio con la statale si svolta a sinistra fino a Edolo e da qui a destra in viale Derna, fino al piazzale della Stazione.


Capo di Ponte e la pista ciclabile di Vallecamonica

Capo di Ponte e la pista ciclabile di Vallecamonica

Per visitare Capo di Ponte e la Valle Camonica una possibile alternativa, adatta a tutti, è data dalla pista ciclabile. Le attrattive di Capo di Ponte sono raggiungibili anche in bicicletta seguendo l’apposita segnaletica.
Partendo invece dall’area camper “Concarena”, in località Prada di Capo di Ponte, e dirigendosi verso sud è possibile percorrere un lungo tratto di pista che termina a Breno e ricomincia a Cividate Camuno (attraversando un breve tragitto sulla strada statale che consente il congiungimento dei due tratti) per arrivare sino a Pisogne, sul Lago d’Iseo.La pista si snoda tra luoghi incontaminati, campi coltivati, costeggiando per la maggior parte del tragitto le rive del fiume Oglio, permettendone la graduale scoperta.


L’antica Via Valleriana

L’antica Via Valleriana

Partenza in bicicletta da Breno in direzione Montepiano. Dopo il breve ma ripido strappo iniziale, raggiunta la località Montepiano inizia la Via Valleriana, vecchia via che metteva in comunicazione tra loro i paesi della media valle.
Da qui il percorso, che si sviluppa ai piedi della stupenda Concarena, diventa pianeggiante e alternando stretti sentieri a tratti di carrabile si passa per il caratteristico abitato di Cerveno per poi giungere fino a Capo di Ponte. Cerveno merita una sosta per visitare la parrocchiale dove sono custodite le opere lignee di Donato e Grazioso Fantoni e le stazioni della “Via Crucis” in legno a grandezza naturale di Beniamo Simoni. Attraversato il fondovalle, è possibile visitare il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane.
Ci si trova a questo punto sulla sponda opposta del fiume Oglio; attraverso sentieri e mulattiere nei boschi di castagni e betulle si giugne a Nadro, dove è possibile visitare la riserva delle incisioni rupestri e il museo. Si prosegue poi, sempre pedalando tra i boschi che circondano il nostro percorso, per Ceto poi Braone e Niardo per ritornare a Breno, punto di partenza del nostro itinerario.


Da Breno a Schilpario e Ono San Pietro

Da Breno a Schilpario e Ono San Pietro

Da Breno seguiamo le indicazioni per Borno, in direzione sud. Fatta la rilassante discesa che ci conduce a Malegno, svoltiamo a destra sempre in direzione Borno e attraversato il passaggio a livello cominciamo la lunga salita che ci conduce al verde altopiano di Borno, importante centro turistico della media Val Camonica.
Appena oltrepassato l’abitato il nostro percorso devia a destra imboccando un comodo sterrato che attraversa la Riserva Naturale dei Boschi del Giovetto di Paline (primo esempio europeo di riserva per la protezione di popolamenti naturali di formica “rufa”).
Dalla piccola frazione di Azzone l’itinerario ci conduce a Schilpario (1124 m), ai piedi dell’imponente catena montuosa della Presolana. Abbandonato lo sterrato ci si immette sulla strada statale che sale al Passo del Vivione. In località Campelli di sotto (1640 m) si devia a destra e abbandonata la strada statale si inizia la lunga salita sterrata che porta al Passo Campelli (1892 m); da qui si punta decisi in discesa, passando per la malga campione e la malga Vericolo, alle baite del Mella (1588 m) e dopo una breve sosta al rifugio Iseo (1335 m) si scende lungo una mulattiera a tratti impegnativa fino al paese di Ono San Pietro (520 m). Ripresa la statale 42 “Del Tonale e della Mendola” in direzione sud, si torna la punto di partenza del nostro itinerario.


Itinerari a piedi


Sentiero del Monte Guglielmo

Sentiero del Monte Guglielmo

Partendo da località Nembre, si segue una mulattiera, che passa per la cascina delle Pure. Il sentiero principale segue la mulattiera, attraverso il bosco dei Ronchetti bassi fino al Prat Dupì, dove, sulla destra, si immette nella strada sterrata del Vandül-Sponde dei Veder, toccando prima Fodeschet e poi Presel, dove incrocia i sentieri 230-234. Da Presel il percorso segue la strada, attraversa i boschi di Barche e Barache, passa per Casintiga, per le fontane e per Palmarusso di Sotto. Qui si può proseguire attraversando il prato della Paröla fino al Giogo della Palla o prendere il sentiero 227 A che arriva comunque al Giogo della Palla. Proseguendo da qui, il sentiero sale al Rifugio Almici, dove incrocia i sentieri 3V e il 207 del CAI di Pisogne e, dopo una breve salita, arriva a Cima Castel Bertì, dove si trova il monumento al Redentore.
Durante il percorso è possibile immergersi totalmente nella natura della zona. L’arrivo alla cima, oltre a offrire un panorama a 360 gradi, permette di ammirare il Monumento al Redentore, con la statua bronzea di Papa Paolo VI.


Da case di viso ai laghi di Ercavallo

Da case di viso ai laghi di Ercavallo

Da Ponte di Legno, raggiunta la frazione di Pezzo si prosegue in auto fino alla località Case di Viso dove si può parcheggiare, oppure proseguire sino al posteggio limitrofo all’area pic-nic del Parco (1880 m.). Da qui si segue per un breve tratto la mulattiera di guerra che conduce al Rifugio Bozzi. Al segnavia C.A.I. N. 52 abbandonare la sterrata per seguire il sentiero che taglia più tornanti fino ad arrivare al Rifugio (2478 m.); nelle vicinanze è possibile visitare alcuni resti di insediamenti della 1° Guerra Mondiale. Si prosegue poi secondo il segnavia N. 2, lungo una mulattiera che, a tratti, diventa uno stretto sentiero che conduce al primo lago di Ercavallo (2620 m.). Questo laghetto è circondato da un ambiente ricco di flora alpina (genziane, primule, soldanelle…), è possibile inoltre incontrare marmotte, aquile reali, l’ermellini e camosci. Tornando brevemente sui propri passi per circa dieci minuti s’incrocia il sentiero N. 59 che scende zigzagando fino all’area pic-nic del Parco dello Stelvio.


Periplo di Monteisola

Periplo di Monteisola

Scegliamo come punto di partenza la località Carzano, che si trova sul lato nord-est dell’isola. A partire dall’imbarcadero, con il lago alle spalle, ci si dirige verso destra, attraversando l’abitato e toccando la chiesa. Si prosegue aggirando così il capo nord-orientale dell’isola in lieve salita e, eseguita un’ampia curva verso sinistra, il percorso si porta sul versante ovest per raggiungere Siviano dove ha sede il Comune. Si procede poi per Sinchignano fino al bivio per Senzano. Qui si procede prendendo la strada in discesa che porta a Menzino per circa un km. Si giunge, quindi, a Sensole. Proseguendo verso destra si arriva in breve a Peschiera Maraglio, situata sulla punta sud-orientale dell’isola. Da qui, seguendo le indicazioni per Carzano, si percorre un lungo tratto pianeggiante fiancheggiato da pareti di roccia stratificata, fino a raggiungere il punto di partenza dell’escursione.
L’itinerario si può percorrere anche in direzione inversa partendo da Peschiera Maraglio, altro punto di approdo dei battelli e, seguendo alcune deviazioni segnalate, permette anche di raggiungere angoli più nascosti dell’isola. E’ l’ideale per un primo approccio alle meraviglie isolane.
Semplice e alla portata di tutti, anche in bicicletta, perché si snoda in modo pressoché totalmente pianeggiante.


Sentiero Corna Trentapassi

Sentiero Corna Trentapassi

Si imboccano le scale che portano sopra la galleria S. Rocco e si prosegue nei prati fino al limite del bosco. Da qui il sentiero sale, tra macchie di castagno e rovere fino all’imbocco della valle del Linsì. Proseguendo ancora per un breve tratto, si raggiunge il crinale che congiunge il Monte Vignole al Corno Trentapassi. Si continua a sinistra fino al forcellino del Zuf e, raggiuntolo, si segue il sentiero 205 del CAI di Pisogne fino alla croce posta sulla cima Trentapassi.
La vista spazia sempre sul lago e, una volta raggiunta la meta, si possono avvistare, da Ovest a Est, vari monti come il Monte Rosa, le Alpi Orobiche e la Presolana, l’Adamello fino al Guglielmo, mentre a sud, oltre alla Franciacorta, si possono intravedere gli Appennini. Durante l’escursione non è infrequente l’avvistamento della poiana del lago, che si può seguire con lo sguardo nella sua caccia al pesce e nel suo ritorno al nido tra le rocce.


Passeggiata Vello-Toline

Passeggiata Vello-Toline

La passeggiata si snoda lungo la vecchia strada Vello-Toline, resa da alcuni anni ciclopedonale. Si comincia a Vello di Marone, poco più di un chilometro dopo le prime gallerie, a un livello inferiore rispetto alla strada statale, in corrispondenza di un apposito cartello che indica la pista. Dal cimitero di Vello, a piedi o in bicicletta, si prosegue attraversando l’abitato di Vello. Dopo l’incontro con la prima galleria della pista, si continua, sempre costeggiando il lago, passando per il solco inciso della Valle Finale, per terminare al piccolo promontorio della Punta delle Croci Bresciane. Il ritorno coincide con il percorso di andata.
Alla partenza si può ammirare la chiesetta quattrocentesca del cimitero di Vello. Il percorso permette di ammirare ampi scorci di lago e delle rocce circostanti. Dal solco inciso della Valle Finale si può ammirare, sull’altra sponda del lago, l’orrido rupestre del “Bögn di Zorzino”.


Da Edolo alla vetta del monte Aviolo

Da Edolo alla vetta del monte Aviolo

Nei pressi del passaggio a livello di Edolo si imbocca, verso est (a destra salendo) la via Monte Colmo. Proseguendo sempre in salita su una larga strada asfaltata, dopo circa 10 km. di interessante e panoramico percorso tra boschi e prati, si parcheggia l’automobile in un piazzale a lato dei tornante di Pozzolo, facilmente individuabile per la presenza delle frecce segnaletiche dei sentieri (n. 34, 72 e 21). Si prosegue ora a piedi su comoda stradina semi pianeggiante che in quindici minuti porta alle cascine di Pozzolo (1560 m.). Mantenendosi sulla sommità del prato (destra) e seguendo la segnaletica, ci si lascia subito sulla sinistra il segnavia n. 72 e si risale verso sud-est, dapprima il bosco ricco di rododendri e mirtilli e quindi un pascolo pietroso dalle splendide fioriture, sino alla conca morenica tra il Monte Colmo e il Monte Piccolo – ore 0,45. Ci si inoltra nell’ampio vallone della “Foppa” cosparso di grandi massi tra cui si insinua una interessante vegetazione con larice,, pino mugo, rododendro, ed il raro pino cembro. Mantenendo sempre la direzione dell’evidente splendida piramide rocciosa dei Monte Aviolo se ne raggiunge la base (circa 2200 m. – ore 1,45), spostandosi infine sulla sinistra. Qui, chi non voglia percorrere l’ultimo impegnativo tratto può fermarsi e dedicarsi all’esplorazione botanica e geologica di questa interessantissima area.
Il percorso infatti, diviene ora decisamente più ripido e ci si deve inerpicare per uno scomodo sentierino che rimonta una balza rocciosa; raggiunto poi un vasto fronte morenico lo si risale piuttosto faticosamente seguendo le tracce di vernice per raggiungere la base della parete rocciosa dal versante occidentale della vetta, che si supera con percorso un poco delicato, su cenge, canalini e non difficili roccette, dapprima spostandosi sulla destra (sud) per poi, una volta raggiunta la cresta, dirigere verso nord sino alla vetta (2881 m. – ore 4).
Questi ultimi tratti presentano alcune difficoltà e sono decisamente esposti (sconsigliabili a chi soffre di vertigini), ma sono attrezzati con funi e catene di sicurezza. Si raccomanda comunque di seguire con cura la segnaletica e di usare la massima cautela specialmente se, come all’inizio dell’estate, permangono tratti innevati o ghiacciati. Dalla vetta, sulle cui rocce di chiara granodiorite si mostrano pregevoli esemplari di flora alpina di alta quota, si gode di un panorama splendido e vastissimo, che permette di spingere lo sguardo dalle vicine Valcamonica, Val di Corteno e cima dei Baitone (con la spettacolare ghiacciata parete nord) alla Valtellina, alle cime dei lago di Como, all’Ortles-Cevedale ed al Bernina sino al lontano Monte Rosa.


Sulle Orme degli Antichi Camuni

Sulle Orme degli Antichi Camuni

Itinerario alla scoperta dell’antica civiltà camuna attraverso i boschi che circondano Capo di Ponte. L’itinerario offre diverse alternative di percorrenza, portando l’escursionista ad altitudini che vanno dai 300m ai 600m.


Passo di Varicla

Passo di Varicla

Il nostro itinerario inizia alla piazza centrale di Borno (900 m.), dove si imbocca via San Fermo e si prosegue su strada afaltata fino alla località Navertino (20 min.). Fino a qui è possibile arrivare anche in auto. Dopo pochi minuti, continuando a salire troviamo, sulla sinistra la cappella votiva dedicata alla Madonna di Fatima; a questo punto entriamo nell’area boschiva e poco dopo e con un altro breve passaggio arriviamo nei pressi del Lago di Lova (1299 m.). Si prosegue lungo la mulattiera dentro al bosco fino ad arrivare alla cascata di Lovareno e poi ad un bivio dove svoltiamo a sinistra attraversando i pascoli alpini del monte Arano. Raggiungiamo la malga Moren (1595 m.) dove è possibile vedere bellissime fioriture di rododendri irsuti (Rhododendron hirsutum, famiglia delle ericaceae, cespuglio raramente più alto di 60 cm., simile al rododendro rosso –Rhododendron ferrugineum- ma con foglie cigliate ai margini, verdi nella parte inferiore; suolo calcareo; fioritura giugno-luglio). Risalito un dosso morenico si rientra nel bosco salendo lievemente fino alla chiesetta seicentesca di S. Fermo (1860 m.), dove si trova l’omonimo rifugio (2,30 ore).
Dal rifugio si prosegue camminando ai piedi della Corna di S. Fermo e dopo mezz’ora si arriva al passo del Costone (1933 m.). Superata la costa della Stadera, attraversando alcuni tratti un po’ scomodi, raggiungiamo la conca dei Fopponi e risalendo arriviamo al passo di Cornabusa (1940 m.). Da qui è possibile raggiungere la vetta del Pizzo Camino (2491 m.) o scendere a Schilpario. Il nostro itinerario continua in direzione del Passo di Varicla, lungo un canale di terreno friabile, con tratti impegnativi e ripidi fino all’intaglio del passo (2097 m.).
Prestando un po’ di attenzione al primo tratto, cominciamo la discesa verso il rifugio Laeng seguendo il segnavia n. 82A fino ai pascoli del monte Arano e poi scendiamo sino ad incrociare il segnavia n. 82 che porta a Borno.


Educazione ambientale


Itinerari culturali


Pisogne: turismo di qualità

Pisogne: turismo di qualità

Molti possono essere gli itinerari da seguire in Pisogne e nelle sue frazioni, tanto questi luoghi sono ricchi d’opere d’arte, resti storici, soprattutto d’epoca medioevale, e di percorsi naturalistici.
La chiesa di Santa Maria della Neve, interamente affrescata da Girolamo Romanino, intorno al 1534, e definita la “Sistina dei poveri”, è la meta più importante di Pisogne. Il Romanino vi narra la storia di Cristo e rappresenta nella volta Sibille e Profeti, esprimendosi liberamente, senza timore d’imposizioni accademiche o di censure, superando gli schemi della sua epoca. La libertà interpretativa, lasciatagli dai committenti, gli permette di affrescare con immediatezza, drammaticità e tensione emotiva. In tutto il ciclo, ma soprattutto nella grandiosa Crocifissione, che egli colloca sull’ampia controfacciata, la carica espressionista è potente, con un’ impronta popolaresca e rude senza precedenti. La deformazione dei corpi a scopo espressivo accorcia, allunga, contorce le immagini imprimendovi un ritmo concitato; i tratti somatici dei personaggi sono quelli degli abitanti della Valle.
Per calmare le mie emozioni io cammino piano nel vicino parco pubblico, luogo incantato, d’alberi centenari, di rare essenze provenienti da tutto il mondo, di lunghi pergolati di rose e cespugli profumati. E’ una sosta piacevole, prima di visitare il ricchissimo centro storico del paese, degradante verso il lago. Mi limito a darvene alcune impressioni personali, perché sarebbe lunghissimo parlare della storia di Pisogne, dall’epoca romana ad oggi, ricca d’avvenimenti anche cruenti, come il rogo di otto donne condannate per stregoneria nella piazza del paese, segnale di controversie religiose e politiche e di una società in rivolta in epoca cinquecentesca.
Cammino piano sotto antichi portici ad archi, poggianti su pilastri o colonne in pietra di Sarnico, che qui fa da padrona ovunque: nei portali, semplici o ricchi d’ornamenti, nei contorni alle finestre, nelle mensole lavorate che sorreggono panchine o balconi con ringhiere in elegante ferro battuto, con aste adorne di foglie d’acanto. Indugio in vicoli stretti di chiara struttura medioevale, sotto involti bui, che conducono a piccoli spazi aperti con resti antichi; ammiro la medioevale torre del Vescovo nella scenografica piazza del Mercato, fontane e capitelli rinascimentali, eleganti facciate di nobili dimore seicentesche e vorrei entrarvi per ammirarne le sale, gli affreschi, i camini, i loggiati, le corti interne. Ho l’impressione d’essere in corpo e spirito in un altro tempo, in uno spazio remoto. Mi riporta al presente la distesa del lago con quel suo colore argentato che tranquillizza l’anima.
Il restauro della chiesa di Santa Maria in Silvis, classico esempio di “pievi rustiche” lombarde è terminato nel 2007 e la chiesa è visitabile. Non dimenticate nella frazione di Toline di visitare la chiesa di S. Gregorio d’origine medioevale, com’è l’assetto architettonico del nucleo antico del paesino, con alcune tracce di case torri dell’epoca. Il vigile di Pisogne, che è anche custode di questo piccola perla di lago, vi mostrerà l’elegante altare della Madonna, eseguita con somma grazia da Andrea Fantoni nel settecento. Durante restauri recenti sono stati messi in luce notevoli affreschi con molti simpaticissimi S. Rocco, protettore della peste e pellegrino, databili intorno al 1500, opere della scuola di Pietro da Cemmo.
Il comune mette a disposizione dei turisti una guida facile, comoda e ben fatta per conoscere Pisogne e la sua storia: vi sarà indispensabile.


Piancogno e l’Annunciata: mi ritiro in convento

Piancogno e l’Annunciata: mi ritiro in convento

Quando avete voglia di pace e di silenzio salite al convento dell’Annunciata, percorrendo la strada che da Malegno porta ad Ossimo Inferiore per poi deviare a sinistra su un’altra strada che corre, piano per la verità, tra campi e fitti boschi. Ho voglia di ritirarmi in convento e vengo subito accontentata. Mio figlio, stranamente accondiscendente, mi porta all’Annunciata. Mi lascia però in compagnia di due nipotini, curiosi ed intelligenti che mi faranno compagnia. Riesco a conquistare, dopo aver suonato il campanello, frate Geminiano che, con due occhi limpidi e molta gentilezza, mi spiega come il convento sia stato fondato dallo spagnolo Amedeo Mendez da Sylva nel XV secolo. Fu dapprima sede conventuale dell’ordine Amadeita, poi degli Osservanti, poi dei Riformati fino alla soppressione voluta da Napoleone Buonaparte. All’inizio del 1800 giungono in valle i Cappuccini, che tutt’ora abitano il convento: sette vecchi frati con sette lunghe barbe, che nascondono tanta sapienza. Qui visse per molti anni il beato Innocenzo da Berzo: il convento ospita un museo con i suoi oggetti personali. Visitiamo parte dell’interno. I due chiostri hanno belle colonne di arenaria rossa; gli archi della volta sono sostenuti da capitelli ornati da interessanti motivi simbolici, tutti diversi fra loro; un bellissimo refettorio e stanze adibite a dormitorio possono servire per chi vuole venire quassù a fare esercizi spirituali; da ogni loggiato, da ogni finestra si gode una splendida e larga veduta sulla Vallecamonica.
Ma il cuore e la mente si riempiono di gioia e meraviglia quando entri nella chiesa e ti appaiono, in tutto il loro splendore, l’arco trionfale, sul quale sono dipinti episodi della vita di Gesù, in riquadri che circondano una dolorosa Crocifissione e la volta del coro, a vele e lunette, così diversa nella concezione architettonica e pittorica della tradizione camuna di quel tempo. I colori di Pietro da Cemmo sono qui smorzati rispetto a quelli di S. Maria in Esine, ma gli affreschi offrono le stesse forti emozioni, creano un’atmosfera che a volte sembra di sogno ma che spesso è realistica: quando ha il sopravvento la realtà, essa è cupa e dolorosa. Nella volta del coro ritrovo la Madonna della Misericordia e tanti angeli che pregano, suonano e cantano, sempre più piccoli man mano si sale verso l’alto, immagini smaterializzate, dai toni pittorici irreali. Vorrei dirvi tante altre impressioni, ma lo scopo del mio itinerario non è quello di fare un trattato di arte cemmesca; sono certa però che gli affreschi della chiesa vi piaceranno moltissimo anche perché la pittura del da Cemmo è sempre lì, semplice e colorata, come un gioco che è facilissimo da capire ed utilizzare da chiunque lo voglia accettare con disponibilità, primi fra tutti i bambini.
Scendiamo a Cogno percorrendo a piedi la via Vigne, uno dei percorsi più belli della Valle: cogliamo fiori, tante ortiche per la minestra, ammiriamo il panorama che si apre limpido fino al lago d’Iseo. Lungo la strada vi sono tante casette ben ristrutturate con balconi di legno che guardano la Valle e, ancora, orti, viti, alberi da frutto. I bimbi sono orgogliosi di questo nuovo itinerario che ha arricchito le loro conoscenze sia artistiche che ambientali.


Ossimo Inferiore e Superiore: molto amore per il passato

Ossimo Inferiore e Superiore: molto amore per il passato

Portali d’arenaria grigia, architravati, a pieno centro, di conci ben squadrati, spesso datati, a volte con stemmi gentilizi, particolarmente ricchi nelle chiese, ornano costruzioni antiche sia ad Ossimo Superiore sia ad Ossimo Inferiore, ricordando un passato illustre d’investiture feudali. L’importanza della zona in epoca preistorica è documentata dai numerosi ritrovamenti di statue-stele, massi istoriati, incisioni, terrecotte, frecce di selce, pietre figurate, nell’accurato lavoro di scavi condotti dal prof. Francesco Fedele sulla collina di Anvoia, dove è stata messa in luce una “area sacra”, centro di cerimonie e di culto d’insospettata estensione, creata e prodotta da genti dell’età del Rame o Calcolitico, 4500 anni fa. Molto materiale importantissimo, ancora da studiare e catalogare, che per ora non ha trovato una collocazione adeguata, si trova in locali delle scuole elementari di Ossimo Inferiore, dove, su richiesta, può essere visionato.
Interessante meta di un itinerario didattico per conoscere e conservare la memoria collettiva delle comunità di Ossimo, Borno, Lozio e di tutta la Valle è il Museo Etnografico di Valcamonica, che ha sede nella vecchia casa parrocchiale in Ossimo Superiore. Gli oggetti esposti in circa venti sezioni testimoniano, raccontano e documentano come vivevano quotidianamente gli abitanti dell’altopiano e delle nostre montagne: sono stati raccolti e valorizzati dalla “Associazione Ossimo Ieri”, che ha condotto l’azione della ricerca e dell’allestimento del Museo con scrupolo, consapevolezza e, ne sono convinta, con grande amore per le cose del passato. Movendoti all’interno del Museo puoi approfondire l’argomento che più ti affascina, scegliendo fra sezioni riguardanti i lavori caratteristici di un tempo, quelli dell’agricoltura, quelli del fabbro, del falegname, del calzolaio, del muratore, del carpentiere e del minatore, della filatura e tessitura, lavori svolti soprattutto da donne operose e capaci. E, ancora, in varie stanze sono allestite la cucina, la camera, la cantina, la casera, la stalla, il portico. Due sezioni riguardano l’arte, una la guerra ed una la scuola ed i giochi e passatempi. Bellissime fotografie ingrandite, datate dai primi anni del ‘900 fino agli anni ‘50, ornano le pareti del Museo: anch’esse scandiscono i momenti più significativi della vita dell’intera comunità.
Molto interessante è la storia, in parte da ricostruire, della casa che ospita il Museo. E’ probabile che essa risalga al XV secolo: forse era una casa torre, perché numerosi sono i frammenti di parete affrescata con decorazioni a graffito e bande di colore, che si trovano nel locale cantina e molte sono gli architravi in pietra datate, con iniziali di casati e stemmi, chiaro indice d’ospiti di origine nobiliare. Nel piano superiore della casa é stata ritrovata una porzione di vecchia chiesa o cappella, risalente sicuramente al ‘400, con pareti recanti tracce di affreschi strappati ed altre pitture intatte perché ricoperte da calce ed inserite in un vecchio muro coperto. Su uno di questi affreschi, che dovranno essere ristrutturati, si trova la data 1509 ed è stato quindi possibile attribuirli alla Scuola del notissimo Giovanni Pietro da Cemmo.
Dopo la visita al Museo, molte persone concludono il loro itinerario visitando il magnifico Convento dell’Annunciata, cui si giunge passando per Ossimo Inferiore.


Montisola: natura e storia protette dalle acque

Montisola: natura e storia protette dalle acque

Si parte dall’imbarcadero di Peschiera Maraglio. Imboccando la strada che porta verso Sensole (a sinistra lasciandosi il lago alle spalle), si raggiunge la piazzetta della frazione. Da qui, imboccando un vicolo in salita si giunge alla Chiesa parrocchiale di San Michele (XVII secolo), che sorge proprio vicino a un’altra imperdibile struttura, il Castello Oldofredi, che ospitò, a fine ‘400, la regina di Cipro. Privato, è visitabile solo dall’esterno, da dove si possono ancora osservare i resti dell’antica fortificazione. Seguendo la strada lungo le rive, si giunge in circa venti minuti prima a Sensole e poi, salendo leggermente per altri dieci minuti in località Menzino. Qui spicca la Rocca Martinengo, edificata sempre dagli Oldofredi nel XIV secolo come punto di controllo del lago dalla parte bergamasca e, successivamente, acquistata dall’altrettanto facoltosa famiglia dei Martinengo, a cui deve ancora oggi il nome. Il castello si riconosce per la torre cilindrica, che svetta anche da lontano. Privato, è anch’esso visibile solo dall’esterno. Proseguendo lungo la strada, dopo dieci minuti si arriva a Sinchignano, caratterizzato dalla chiesa privata di S. Carlo, da dove, dopo ancora un quarto d’ora di marcia, si raggiunge Siviano, cuore di Monteisola, dove si trova il Comune. Qui svettano ben due chiese: la settecentesca parrocchiale dei SS. Faustino e Giovita e la chiesetta di S. Barbara. Anche a Siviano sorge una torre, altro segno tangibile della presenza dei Martinengo, proprio accanto alla Parrocchia, probabilmente è quel che resta di un altro castello. Siviano sorge lontano dalle acque, ma imboccando un sentiero segnalato, in 10 minuti si raggiunge il piccolo porto della località, dove si effettuano anche fermate dei battelli e dove è possibile ammirare, solo dall’esterno, la Villa Ferrata, del XVI secolo. Da Siviano, con una buona mezz’oretta di cammino, che permette di ammirare l’isola di Loreto, si raggiunge l’altro principale punto di approdo dell’isola, Carzano, antica località di pescatori, come Peschiera, che merita una visita tra le viuzze del borgo, dove regna un’atmosfera particolare. Proprio da Carzano, attraverso un piccolo sentiero, si raggiunge rapidamente il borgo medievale di Novale. E’ un gruppo di abitazioni immerso tra ulivi e castagni, con ancora la caratteristica architettura di un tempo, portali ad arco e balconi in legno dove non è raro scorgere pesci appesi ad essiccare.
Monteisola, non a caso uno dei Borghi più belli d’Italia, è una vera e propria oasi in mezzo al lago, dove la modernità viene prepotentemente lasciata fuori. Qui, “costretti” a recuperare il rapporto con l’ambiente, attraverso le escursioni a piedi o in bicicletta, ci si cala in un’atmosfera magica, dove è più facile aprirsi alle tradizioni che qui continuano ancora come una volta. Molti i segni tangibili della storia, purtroppo ammirabili solo a distanza, ma forse proprio per questo, ancora intatti in tutto il loro intatto splendore. L’itinerario proposto è solo uno dei tanti possibili per immergersi nella dimensione isolana.


Lozio: bellezze naturali in Valle

Valle di Lozio

Per visitare la Valle di Lozio dovete scegliere una giornata di sole, che possa mettere in risalto la sua bellezza naturale. La Valle incomincia sopra Malegno; dapprima esile e stretta, poi si amplia e si estende per quasi sette chilometri, circondata da magnifiche montagne rocciose: la Concarena, il Pizzo Camino, la Bocchetta, il Mignone ed altre ancora meno conosciute. Se il cielo è terso ed azzurro sembra a portata di mano la chiesetta di Santa Cristina, che si può raggiungere da Sommaprada con una bella passeggiata tra i prati. La tradizione popolare vuole che Santa Cristina fosse sorella di San Fermo di Borno e di San Glisente di Berzo. Essa sarebbe stata rapita da un forza misteriosa sulle rocce di Corna Bocchetta e da qui lasciata cadere in val Bione, ove si fermò a far penitenza fino alla morte. Comunicava con il fratello Glisente ogni sera accendendo un fuoco, segno di vita. S. Glisente dal lato opposto della valle ne accendeva due per significare a Cristina anche la vita di Fermo. (Cronistoria della valle di Lozio del Melotti).
Salendo la valle di Lozio potrete incontrare mucche con i loro pastori e cani dagli occhi azzurri cristallini, pecore che brucano e tanto silenzio intorno, rotto solo dalle voci della natura. Poche macchine percorrono la strada che sale a tornanti fra boschi, prati e rocce corrose. Villa è un grosso paese completamente ristrutturato: gli sono rimasti due portali antichi, entrambi del XVII secolo. La parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo è d’origine trecentesca, ma poi completamente ristrutturata nel seicento. Nella volta vi sono affreschi del Guadagnini. Vi piaceranno l’altare maggiore di marmo finemente intarsiato con un bel tabernacolo a colonnine tortili e statuette di angeli ed il mobile in noce della sagrestia. Io sono rimasta incantata dalle tovaglie ricamate dai raffinati pizzi all’uncinetto, che ricoprono gli altari; si tratta di lavori preziosi e pazienti delle donne del paese. Sulla facciata esterna, in alto, è affrescato un grande occhio, un po’ impressionante: ho avuto l’impressione che l’occhio di Dio non guardasse nel cuore delle persone per giudicarle, ma si godesse il magnifico panorama di monti che gli stava davanti.
In alto, su un dirupo, appaiono i ruderi dell’antico castello dei Nobili, potente famiglia guelfa decimata, per una terribile vendetta, la notte di Natale del 1410, dai ghibellini, capeggiati dai Federici di Mu. I primi insediamenti in Valle di Lozio non sono medioevali, ma risalenti al periodo romano e di origine militare: ne danno conferma numerose tombe rinvenute un po’ ovunque con evidenti caratteri di romanità e la chiara latinità della terminologia. La chiesa dei Santi Nazzaro e Celso sorge un po’ isolata sotto Laveno: è in ottima posizione, bella e distinta nelle forme seicentesche. Il paese mi è sembrato un po’ abbandonato, ma ha ancora qualche angolo di caratteristica architettura contadina ed una fontana ottagonale nella piazzetta di S. Marco. La valle di Lozio merita senz’altro una visita soprattutto per la bellezza e la purezza dell’ambiente, ma non andateci da soli perché sarete assaliti dalla malinconia.


Esine: Culla d’arte e di storia

Esine: Culla d’arte e di storia

Esine possiede un centro storico ricco di sorprese e godibile se ne cerchi, con calma e curiosità, i resti ancora tangibili: portali in pietra simona, in granito, in pietra di Sarnico, cortili con porticati sorretti da colonne, loggiati con volta a crociera, case d’antica nobiltà paesana, una torre a pianta quadrata del secolo XIII, una bella fontana ottocentesca. Meritano una visita la Parrocchiale di S. Paolo, con opere di Callisto Piazza, la chiesetta di S. Carlo, adiacente alla canonica, con una bellissima tribunetta lignea forse della bottega del Ramus.
Ma il vero gioiello di Esine è la chiesa di Santa Maria Assunta, che deve essere assolutamente visitata per le splendide pitture di Giovanni Pietro da Cemmo, eseguite tra il 1491 ed il 1493 e recentemente restaurate. Se riesci ad ottenerne le chiavi (cercale nelle case vicine) e ad illuminarne l’interno, allora capirai che non c’è chiesa più magica, più colorata e calda in tutta la Valle: trovi angioletti con nastri svolazzanti, suonatori di strumenti a corda e a fiato, calde Madonne che allattano il Bambino, che lo cullano fra le braccia, un triste e pensieroso San Giuseppe, Santi, Profeti, Patriarchi, trovi festosi tralci di vite, rami rossi di ciliegie. Se vuoi pregare o pensare, in questa chiesa devi tenere gli occhi bassi altrimenti ti distrai. Ti distraggono dalle tue meditazioni gli zoccoletti ed il gattino di Maria, i piedoni del Cristo Benedicente, gli abiti sfarzosi dei Re Magi, le pie donne della grandiosa crocifissione, gli apostoli che osservano stupiti la Vergine che sale al cielo, i colori vivacissimi, la festosità dell’insieme. Se esci nel prato e giri attorno alla chiesa, rimani ulteriormente meravigliato: c’è un bellissimo campanile, slanciato, leggero, di pietra quasi dorata, sognante nella luce tenue del mattino, pensieroso ma sereno da qualsiasi angolazione o luogo ti capiti di ammirarlo. La sua costruzione risale al secolo XIV.
Conoscevo un vecchio prete tremante, custode di S. Maria, che ogni mattina incontrava un amico ed insieme salivano verso la cima della collina, detta del castello, percorrendo un viottolo di campagna. Anche voi potete fare una bella passeggiata lungo la stradina, che ha muri di grossi sassi colorati, coperti di edera verde e nella bella stagione dolci erbe aromatiche. Oltre i muri s’intravedono filari di vite, alberi di fichi, piccoli orti coltivati con cura. Se arrivi in cima ti aspetta una nuova sorpresa: la chiesetta della Santissima Trinità, risalente all’VIII secolo, ma ricostruita poi in forme romaniche all’inizio del secolo XII e più tardi ancora rimaneggiata. Ma quando ti appare, quasi ad offrirsi nel suo prato verde, non ti stupiresti affatto di trovare, stancamente appoggiato al suo portale, un vecchio peone con un largo sombrero ed un pesante poncio colorato, tanto la facciata ricorda le piccole ed abbandonate chiesine del lontano Messico. Puoi girare attorno alla chiesa, che all’interno ha di nuovo affreschi della scuola cemmesca ed un antico fonte battesimale scavato nel granito, e se la giornata è limpida puoi avere la fortuna di ammirare la cima bianca dell’Adamello. In basso si vede un buon tratto di Valle: sulla destra scorre la Grigna laboriosa, lontano i campanili di Bienno e la chiesa di S. Lorenzo sulla collina di Berzo.


Cividate Camuno: Il passato utilizzato nel presente

Cividate Camuno: Il passato utilizzato nel presente

Il museo d’archeologia romana di Cividate Camuno offre uno spaccato interessante del modo di vivere e della cultura dei Romani che conquistarono la Valle nel 16 a.C. e la romanizzarono, in modo lento e graduale, fra la fine del I secolo e tutto il successivo. Nel museo, ben curato, trovi piccoli vasi di vetro, fibule di bronzo, anelli, lucerne, una piccola tomba di pietra ad incinerazione con tutto il suo corredo funerario, pavimenti a mosaico colorato, un giovane Bacco di marmo appoggiato ad un tralcio di vite, molte pietre tombali con iscrizioni latine, la bellissima statua di Minerva, ritrovata alcuni anni fa in quello che doveva essere un tempio a lei consacrato nei pressi di Breno. Cividate, Civitas Camunnorum per i Romani, fu sicuramente il centro politico, amministrativo e commerciale della valle e città importante, come testimoniano le indagini archeologiche, che hanno messo in luce il complesso monumentale dell’anfiteatro e del teatro, riferibili al I secolo d.C. Ben visibile è il perimetro dell’anfiteatro, con i quattro ingressi che davano accesso all’arena e con gli edifici esterni ad esso connessi. I lavori prevedono, oltre all’attività di scavo, anche il restauro e la valorizzazione dell’area per la creazione di un parco archeologico la cui apertura è prevista nel 2002. Una buona visione del complesso, anche se gli scavi non sono ancora visitabili, si può avere da Via Palazzo, lungo la quale rimangono le fondamenta di una piccola Domus Romana composta di due ambienti quadrangolari, addossati alla parete rocciosa della chiesa di S. Stefano.
Il sito su cui sorge la pieve costituisce uno dei più importanti esempi di stratificazione archeologica di tutta la Valle: una campagna di scavo, eseguita alla fine degli anni ‘60, ha messo in evidenza come questo luogo sia stato frequentato con continuità fin dalla preistoria, a partire dall’età del bronzo. La chiesa sembra avere origini carolinge: l’attuale costruzione risale al ‘700, ma mostra con evidenza segni d’epoca romanica e cinquecentesca. Una bella scala di granito, a tre rampe, conduce alla pieve: un sagrato verde, un campanile settecentesco, slanciato e raffinato, con una bella guglia a doppia cipolla, un’abside romanica, all’interno un Santo Stefano quattrocentesco, un originale mobile da sagrestia. Dall’alto vedi il paese di tegole rose, la torre medioevale con merli ghibellini, le colline ed i monti tutt’attorno.
Ora si può salire lungo la stretta via che porta al colle del Barberino ed ha caldi ed originali portali nelle vecchie case signorili, con giardini fioriti. Il parco del Barberino, che ha comunque altri vari e comodi accessi, è stato creato per mettere in risalto le bellezze naturali e paesaggistiche del territorio, che ne viene valorizzato a pieno. Ha discrete dimensioni, é facile da percorrere, è ricco di vegetazione: roveri, carpini, ornelli, noccioli, pini, un profumatissimo sottobosco. Panche, tavoli e fontane un po’ ovunque servono a rendere più piacevoli e comode le passeggiate, a godere ed utilizzare le strutture ricreative, quali il “percorso vita” e gli itinerari didattici. Ampio il panorama dall’alto: i monti intorno rivelano il gusto raffinato degli antichi Romani nello scegliere un posto tanto godibile da un punto di vista ambientale quanto a loro utile perché facente capo a tre importanti vie di comunicazione. Vi consiglio una passeggiata per le vie del centro storico che ha strutture medioevali e bei portali rinascimentali: permettetevi una piccola sosta nella piazzetta interna del Comune, che merita davvero d’essere ammirata.


Cerveno: Paese d’arte e tradizioni

Cerveno: Paese d’arte e tradizioni

Camminando piano, per le strette vie di Cerveno, puoi immaginare d’essere in compagnia di Beniamino Simoni, l’artista che vi lavorò per circa undici anni e per undici stazioni o “cappelle”, le quali costituiscono l’opera più significativa e compiuta che egli ci abbia lasciato. Durante la sua permanenza a Cerveno (fino al 1763) il Simoni, come da testimonianza scritta, ebbe un trattamento in denaro, viveri e rifornimenti tali da permettergli un tenore di vita sicuramente migliore di quello della maggior parte dei suoi abitanti; poteva quindi permettersi tra un intaglio e l’altro, di passeggiare per le vie del paese, salutato ed ammirato da tutti e con tutto il rispetto che meritava. Molti sono i luoghi con fascino medioevale: trovi arcate, involti, portali in pietra grezza o lavorata con una certa raffinatezza, originali loggiati in legno finemente intagliato, finestrelle con inferriate, affreschi un po’ rovinati dal tempo, muri a secco con pilastri coperti d’edera verde. Alcune case sono state restaurate, mi pare con notevole gusto e rispetto per le loro caratteristiche storiche. Le indicazioni delle vie sono state dipinte a mano in riquadri bordati di nero o con greche floreali ed è ben riuscita anche l’illuminazione a lampioni, che aggiungono fascino misterioso alle notti del paese.
Ora è tempo di visitare le famose “cappelle”. Molto è stato detto e da critici d’arte famosi, sulle 198 statue, scolpite in legno, ricoperte di stucco e dipinte, che costarono una fortuna ai poveri abitanti di Cerveno. Di certo non si esce dal santuario senza aver provato forti emozioni sia spirituali che artistiche. Il Cristo è al centro d’ogni stazione: il suo volto è del tutto spirituale, lontano, quasi non fosse partecipe della violenza e della ferocia che si scatenano tutt’intorno. È come se accettasse ciò che inevitabilmente gli deve succedere. Il suo corpo, di contrasto, è forte e giovane, richiama la vita non la morte. I volti delle donne sono di pena sgomenta, d’angoscia intima e profonda, con urla nella gola. Le facce dei carnefici e dei soldati romani esprimono crudeltà e rancore: l’atteggiamento dei loro corpi si adegua perfettamente ai sentimenti espressi dal loro viso. Ma occorre capire da soli perché i sentimenti e le emozioni cambiano secondo il tuo stato d’animo. È difficile in questo caso mantenersi equilibrati nel giudizio estetico. Per tranquillizzarmi io devo fermarmi a lungo nell’adiacente parrocchiale di S. Martino ad osservare le sculture di Andrea Fantoni, più calme, più delicate, che esprimono tutta la finezza e la grazia del delicato barocco lombardo: il magnifico tabernacolo, i paliotti dei due altari laterali, la statua della Madonna, schiva e sdegnosa, come allora le fanciulle della Valle, il Cristo deposto con stupende mani abbandonate, le più dolci e delicate che si possano immaginare.
Non dimenticate di percorrere la stradina alta sopra il paese: il torrente Re scende formando cascatelle in un bosco fitto di latifoglie.Aspettiamo insieme il 2002, quando potremo assistere alla famosissima “Via Crucis” vivente, alla quale partecipano, come attori, tutti gli abitanti del paese.


Capo di Ponte: Culla d’arte romanica in Valle

Capo di Ponte: Culla d’arte romanica in Valle

Capo di Ponte, tra Badile e Concarena, accoppiata vincente, rocce di strana magia, ricche di ricordi tanto antichi che non sembrano più tuoi ma dei progenitori preistorici, che consideravano sacre queste montagne e ne incidevano le pietre… Capo di Ponte, culla del romanico lombardo in Valle, abbracciata da S. Siro e S. Salvatore… Ammiro la pieve di S. Siro ogni volta che passo lungo la strada statale: è là, incorruttibile, a picco sul fiume, con le sue tre absidi ornate d’archetti ed esili lesene, come sospesa nel vuoto, severa e accattivante. Se la raggiungi dal cimitero di Cemmo, camminando non più di dieci minuti, puoi osservarne il tetto spiovente, coperto da tegole d’ardesia, e i leggeri archetti pensili. Scendi adagio i gradini di roccia ed ammiri il portale principale in puro stile romanico lombardo. L’interno, a tre navate, ha colonne con capitelli decorati, un monolitico fonte battesimale, scalinate opposte ad un presbiterio sollevato rispetto al resto della chiesa, una cripta di severa semplicità. Difficilmente l’interno di S. Siro ti piace subito: è così spoglio, così severo! Ma poi capisci che è proprio questa la sua bellezza. Lo stile romanico – dice Marchi nel suo libro “Grandi peccatori, grandi cattedrali” – non è d’origine cristiana, deriva dalle basiliche dell’antica Roma, è un pagano convertito, è uno stile duro, penitenziale, simboleggia la fede aspra dell’antico testamento. E’ uno stile statico, compatto e razionale come un sillogismo; il romanico è semplicità, unità, ordine.
Puoi tornare in paese scendendo lungo una larga scalinata erbosa, immersa nel verde, con bel panorama sul fiume Oglio. Di là dal fiume e dalla strada statale, puoi visitare la chiesa cluniacense del monastero di S. Salvatore. Tutto quanto ho detto prima sullo stile romanico vale anche per l’interno di questa chiesa, che ha capitelli scolpiti con sirene a doppia coda, grifoni, motivi floreali, foglie d’acanto, mostri paurosi, ma, a mio parere, ciò è meno vero per l’esterno. Attraversate il semplice portale architravato, che è tutto ciò che rimane di una antica cinta di mura del monastero, ed osservate le tre absidi che sembrano nascere dalla roccia, il tiburio ottagonale, snello, con bifore ad ogni lato, caratteristico del romanico francese, i tetti a cono, a capanna, a triangolo, coperti di pietre grigie. L’impressione è di leggerezza, quasi di giocosità come se queste mura uscissero dal buio del cuore della roccia e sbocciassero al sole. E’ tale l’armonia del gioco delle linee da ricordarmi musica d’autore in un balletto classico.
La Pro Loco ha ottime guide che potranno aiutarvi in questa visita ..romanica.
Dal Monastero si può salire lungo una strada a tornanti che porta a Paspardo e fermarsi nei boschi della Deria e di Campolungo. Lasciate la macchina alle grandi condotte forzate della centrale di S. Fiorano: da lì parte una comoda stradina pianeggiante, alta sulla valle, che può condurre fino a Grevo. Vi sono grandi prati circondati da un fitto bosco di castagni, cascine con pareti di granito e tetti di “piode”, in parte ristrutturate ed abitate d’estate. Alcune hanno piccoli dipinti di Madonne e Santi ancora ben conservati ed originali. Molti castagni sono enormi, centenari, profondi nel terreno, con la corteccia contorta come, a volte, il pensiero dell’uomo.


Borno: Ricca di turismo e di resti antichi

Borno: Ricca di turismo e di resti antichi

Si può salire a Borno per passarci una vacanza o, come è successo a me, per rivedere nella parrocchiale, il paliotto del Picini (sec. XVII), elegante, a fregi dorati su prezioso fondo verde: le testoline degli angioletti paffuti sembravano ancora piangere per la perdita delle due preziose statuette laterali: l’imperatore Costantino e la madre S. Elena, rubate parecchi anni fa. Ancora ho provato un senso di ribellione, poi di impotenza, come se mi avessero rubato qualcosa di molto caro e personale. Uscendo dalla chiesa, il largo sagrato limitato da balaustre e muretti di pietra simona, con vecchi alberi maestosi, la vista delle montagne limpide tutte intorno mi hanno tranquillizzato. Sul lato destro della chiesa ho letto in alto: “Ruit hora”, il tempo corre veloce. Devi quindi accettare tutto ciò che porta via anche se ti costa molta fatica. Mi faccio aprire l’oratorio di S. Antonio, accanto alla parrocchiale, un bel monumento di struttura quattrocentesca. Non avevo dimenticato lo splendido affresco che viene attribuito a Callisto Piazza da Lodi, raffigurante la Madonna in trono con Bambino fra i santi Rocco, Antonio, Giovanni Battista e Martino. Ho ammirato, sempre nell’oratorio, lo sfondo curatissimo, con particolari curiosi e simpatici, i colori smaglianti di un dipinto su tela, rappresentante l’incendio di Borno del 1668, provocato dagli abitanti della Val di Scalve per rivalità di pascolo. La leggenda vuole che essi incendiassero il paese usando dei gatti, alla coda dei quali avevano attaccato tizzoni ardenti.
Scendendo le scale di granito della chiesa ci si trova in una piazzetta deliziosa, lastricata di nuovo. Sembra quasi dipinta tanto è colma di caldi particolari: portali di pietra, stemmi, portici poggiati su pilastri eleganti, balconi fioriti, una splendida fontana di arenaria rossa del secolo XVII.
Camminando per il paese si notano angoli suggestivi: case antiche, d’impronta medioevale, alcune perfettamente restaurate, torri di conci bugnati, terrazzini in ferro battuto, ricche inferriate, alti pergolati, fontanelle esagonali di pietra rossa con mascheroni sorridenti. Elegante e raffinato l’albergo Venturelli con uno splendido camino interno del ‘600.
Da Borno partono strade e sentieri che raggiungono mete naturalistiche incantevoli: il lago di Lova, presso il quale all’inizio del ‘900 furono trovate punte di freccia di selce, corna di cervo, raschiatoi, fuseruole di età neolitica e resti di una tomba preromana ad inumazione, i rifugi San Fermo e Laeng, il monte Altissimo, Croce di Salven, la Fonte dei Pizzoli, sorgente d’acqua naturale che potrà dissetarvi dopo la fatica della passeggiata. Davvero non ci si aspetta un Borno così bella, ospitale, piena di turisti, ricca di resti antichi, un paese che cerca di vivere unendo con intelligenza il passato e il presente, rispettoso della natura che lo circonda.


Valle Camonica Paese Albergo - P.IVA 01851600989
sede di Borno: 0364.41254 - 389.4899066 - sede di Esine: 0364.361253 - 389.4899067
info@vallecamonicapaesealbergo.com